A ben esaminare le apparizioni mariane contemporanee, rileviamo facilmente come due aspetti del volto di Dio vengono mediati da Maria: la femminilità/ maternità e la compassione/sofferenza. Il primo aspetto era molto presente già nell’apparizione di Guadalupe, che la Conferenza latinoamericana di Puebla (1979) legge come un segno materno del Dio vicino: «Sin dalle origini – nella sua apparizione di Guadalupe e sotto questa invocazione – Maria ha costituito il grande segno, dal volto materno e misericordioso, della vicinanza del Padre e di Cristo, con i quali ci invita a entrare in comunione. Maria fu pure la voce che stimolò l’unione tra gli uomini e i popoli tra loro». [continua]
Il volto materno di Dio
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La spiritualità mariana di Rosario Livatino
Nato a Canicattì, in provincia di Agrigento, il 3 ottobre 1952, Rosario Livatino trascorre un’infanzia serena, nella semplicità e nel decoro di una famiglia borghese, appartata e schiva, che lo segue con attenzione e tenero affetto. Negli anni della scuola è il ragazzo che scendeva di rado a fare ricreazione per restare in classe ad aiutare qualche compagno in difficoltà. Aperto ai bisogni degli altri, ma riservato su di sé, studia intensamente, inoltre s’impegna nell’Azione cattolica. Rosario ama la Madonna e ha una profonda conoscenza delle Sacre Scritture. Il suo è un cristianesimo che si nutre di studio, di riflessione, di intensa preghiera. Si iscrive alla Facoltà di legge e, terminati brillantemente gli studi, a 26 anni fa il suo ingresso in Magistratura…[continua]
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Il nome di Maria
Tacita un giorno a non so qual pendice
salia d’un fabbro nazaren la sposa;
salia non vista alla magion felice
d’una pregnante annosa;
e detto salve a lei, che in reverenti
accoglienze onorò l’inaspettata,
Dio lodando, sclamò: Tutte le genti
mi chiameran beata.
Deh! con che scherno udito avria i lontani
presagi allor l’età superba! Oh tardo
nostro consiglio! oh degl’intenti umani
antiveder bugiardo!
noi testimoni che alla tua parola
ubbidiente l’avvenir rispose,
noi serbati all’amor, nati alla scola
delle celesti cose,
noi sappiamo, o Maria, ch’Ei solo attenne
l’alta promessa che da Te s’udia,
Ei che in cor la ti pose: a noi solenne
è il nome tuo, Maria.
A noi Madre di Dio quel nome sona:
salve beata! che s’agguagli ad esso
qual fu mai nome di mortal persona,
o che gli vegna appresso?
salve beata! in quale età scortese
quel sì caro a ridir nome si tacque?
in qual dal padre il figlio non l’apprese?
quai monti mai, quali acque
non l’udiro invocar? La terra antica
non porta sola i templi tuoi, ma quella
che il Genovese divinò, nutrica
i tuoi cultori anch’ella.
In che lande selvagge, oltre quai mari
di sì barbaro nome fior si coglie,
che non conosca de’ tuoi miti altari
le benedette soglie?
o Vergine, o Signora, o Tuttasanta,
che bei nomi ti serba ogni loquela!
più d’un popol superbo esser si vanta
in tua gentil tutela.
Te, quando sorge, e quando cade il die,
e quando il sole a mezzo corso il parte,
saluta il bronzo che le turbe pie
invita ad onorarte.
Nelle paure della veglia bruna,
Te noma il fanciulletto; a Te, tremante,
quando ingrossa ruggendo la fortuna,
ricorre il navigante.
La femminetta nel tuo sen regale
la sua spregiata lacrima depone,
e a Te beata, della sua immortale
alma gli affanni espone;
a Te che i preghi ascolti e le querele,
non come suole il mondo, né degl’imi
e de’ grandi il dolor col suo crudele
discernimento estimi.
Tu pur, beata, un dì provasti il pianto;
né il dì verrà che d’oblianza il copra:
anco ogni giorno se ne parla; e tanto
secol vi corse sopra.
Anco ogni giorno se ne parla e plora
in mille parti; d’ogni tuo contento
teco la terra si rallegra ancora,
come di fresco evento.
Tanto d’ogni laudato esser la prima
di Dio la Madre ancor quaggiù dovea;
tanto piacque al Signor di porre in cima
questa fanciulla ebrea.
O prole d’Israello, o nell’estremo
caduta, o da sì lunga ira contrita,
non è Costei che in onor tanto avemo,
di vostra fede uscita?
non è Davidde il ceppo suo? Con Lei
era il pensier de’ vostri antiqui vati,
quando annunziaro i verginal trofei
sopra l’inferno alzati.
Deh! a Lei volgete finalmente i preghi,
ch’Ella vi salvi, Ella che salva i suoi;
e non sia gente né tribù che neghi
lieta cantar con noi:
salve, o degnata del secondo nome,
o Rosa, o Stella ai periglianti scampo,
inclita come il sol, terribil come
oste schierata in campo.
ALESSANDRO MANZONI
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Servire i più poveri con il cuore di Maria
“Fu ai piedi della Madonna di Letnice, un Santuario vicino a Skopje, che ascoltai la chiamata divina. Lo ricordo bene: accadde la sera del giorno dell’Assunta. Pregavo e cantavo, ricolma di gioia interiore, quando sentii la voce di Dio che mi invitava ad essere tutta sua, consacrandomi a Lui e al servizio del prossimo”.
La giovane Agnes Bojaxhiu aveva poco meno di diciotto anni quando partecipò a un pellegrinaggio in un Santuario mariano, e nel suo cuore si accese la “scintilla”. Era un richiamo forte e irresistibile, che portava con sé i connotati profondi della vocazione. Il suo futuro allora si delineò improvvisamente con estrema chiarezza: lei sarebbe partita per l’India, sarebbe diventata una suora missionaria.
Pensiamoci bene. Se lei non avesse ubbidito a quella voce interiore, se non avesse prestato ascolto alla sua vocazione, non ci sarebbe mai stata Madre Teresa di Calcutta e il mondo oggi non avrebbe una santa della sua grandezza.
Pubblicato in I Santi e Maria
Uberto Mori, l’ingegnere di Maria
«Io posso vedere il sole anche quando sta piovendo». Non è la frase suggestiva di un pazzo, o di un visionario, ma la concreta convinzione di un laico, profondamente immerso nel suo tempo, da qualche anno avviato alla santità degli altari: Uberto Mori, nato a Modena il 28 gennaio 1926 e morto il 6 settembre 1989, dopo una grave operazione al cuore, all’ospedale di Pavia. Sessantatré anni di vita, e di vita spesa bene fino all’ultimo spicciolo, interamente per il Vangelo. Un imprenditore di successo, l’ingegner Mori, che aveva scommesso però tutta la sua esistenza su Dio. E Dio gli aveva restituito di ogni cosa il cento per uno… (continua)
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Assunzione di Miryam in Cielo
di ELIO FIORE
Vergine Madre, io non ti chiedo nulla,
Ma dal Cielo, ti prego, assicura
Mio padre e mia madre che sono attento
Alla legge di tuo Figlio
Al suo amore che mi chiede di perdonare
A chi mi ha fatto del male.
Miryam, in questo antico Ghetto,
Eternamente lordo del sangue di David
Mi preparo con il rosario
Di Lucia dos Santos
Alla tua chiamata improvvisa. Madre,
Perché tu sai che di te sono innamorato
E se chiudo gli occhi,
Se cammino in piazza Santi XII Apostoli
Per andare al lavoro,
Ti vedo illuminata di un sole
Fisso nel tuo cuore immacolato,
Con ai piedi la tua Rosa del Creato.
Tessuta nel tuo eterno telaio.
Con tuo Figlio ti vedo
Incessantemente rivestire
I miei fratelli uomini di luce,
Brillare la tua gloria sul tuo servo
Che nel silenzio di questa casa,
Dove nel 1966 mi hai guidato
Ho accolto il tuo mistero colmo di musica.
*
(c) alla rights reserved
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I giorni della Beata Vergine
“Quante feste per ognuno dei misteri di Cristo!”, esclamava san Gregorio il Teologo (ca. +390). I misteri del Signore vengono distribuiti in tante feste, perché i fedeli possano incontrarsi con la poliedrica ricchezza della salvezza. E per la Madre di Dio? Anche per lei, tante feste per celebrare il mistero della sua maternità divina. Il noto liturgista F.G. Holweck raccolse in una ponderosa opera, Calendarium liturgicum festorum Dei et Dei Matris Mariae, Filadelfia 1925, tutte o quasi tutte le feste mariane esistenti nel mondo cattolico: erano più di 1025. Noi ora faremo scorrere davanti ai nostri occhi le feste mariane di agosto e settembre, per pellegrinare con la Madre divina verso il mistero del Figlio salvatore. [continua]
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Giuseppe De Carli un anno dopo
L’infaticabile narratore dei grandi eventi papali era indubbiamente un “fuoriclasse” dell’informazione religiosa; nel privato era un uomo semplice, schivo di onori, molto riservato, che aveva il pudore dei sentimenti e una sorprendente umiltà. Era inoltre profondamente devoto della Madonna. E non è certo un caso che l’ultimo libro dato alle stampe poco prima della sua morte sia proprio un testo di carattere mariano: il libro-intervista realizzato con il card. Tarcisio Bertone, L’ultimo segreto di Fatima (Rai Eri-Rizzoli), ricostruzione di quel grande evento di grazia che ha aperto il ventesimo secolo e impresso un segno formidabile alla storia e al pontificato di Giovanni Paolo II. [continua]
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Matisse e l’inno alla Vergine
Qualcuno l’ha definita la «Cappella Sistina del Novecento». Certo non per le proporzioni, ma il paragone, almeno per la portata storica, regge. E pare segno del destino che tra pochi giorni la Chapelle du Rosaire realizzata da Henri Matisse per le suore domenicane del Santissimo Rosario a Vence, in Provenza, stia per diventare ‘vicina di casa’ del precedente michelangiolesco. Mercoledì 22 giugno, nella «marescalcia», un vasto locale adiacente alla Sistina, i Musei Vaticani inaugureranno la Sala Matisse, interamente dedicata ai bozzetti e ai cartoni realizzati dall’artista francese tra il 1948 e il 1952 per quello che può essere considerato il suo grande, estremo capolavoro, «il compimento – come egli stesso scrisse – di tutta una vita di lavoro e la fioritura di uno sforzo enorme, sincero e difficile».
La storia della Cappella del Rosario è nota. Suor Jacques-Marie prima di entrare nel convento di Vence, era stata infermiera e poi allieva e modella di Matisse. L’istituto mancava ancora di una cappella e la religiosa ne parlò al maestro che nel 1947 accettò la sfida di curarne l’intera realizzazione. I primi studi risalgono al gennaio 1948. La prima pietra fu posta il 12 dicembre 1949 e il 25 giugno 1951 il vescovo di Nizza monsignor Remond potè consacrarla. La decorazione matissiana comprende vetrate, ceramiche dipinte e arredi liturgici. L’artista continuò a lavorare e solo il 31 ottobre 1952 venne ultimata la casula nera per i funerali.
A seguire in fase di committenza l’artista, che volle curare l’opera nei minimi particolari, c’era anche padre Marie-Alain Couturier, il grande domenicano protagonista del rinnovamento dell’arte sacra in Francia nel dopoguerra. I cartoni diventano ora il pezzo forte della Collezione d’Arte Religiosa Moderna dei Musei Vaticani. Un corpus costituito dal cartone a scala 1:1 per la ceramica del presbiterio con La Vierge et l’Enfant e dai papiers découpés (una sorta di collage monumentale) a grandezza reale per le vetrate dell’abside, del coro e della navata: lavori che arrivano a misurare anche cinque metri di altezza per sei di larghezza. A queste si affianca una fusione in bronzo del piccolo crocifisso realizzato per l’altare. E presto saranno esposte anche la prima tessitura di cinque delle sei casule disegnate per ogni tempo liturgico dall’artista.
Se il crocifisso e le casule furono donate dalle suore di Vence già nel 1973, quando per volere di Paolo VI nei Vaticani fu aperta la galleria dedicata ai moderni, la vicenda dei grandi cartoni è più complessa: «È una vicenda solo in parte conosciuta – racconta Micol Forti, responsabile della Collezione d’Arte Religiosa Moderna e curatrice dell’allestimento – ed è accessibile solo attraverso gli archivi di Pierre Matisse, il figlio dell’artista divenuto importante mercante d’arte e mecenate. La documentazione archivistica degli anni di Paolo VI infatti non è ancora consultabile. L’acquisizione è stata formalizzata nel 1980 in occasione di una mostra che il segretario di papa Montini monsignor Pasquale Macchi, tra i padri della nostra galleria, realizzò in memoria del Pontefice con alcune ultime grandi donazioni. I documenti però hanno rivelato che i primi contatti per l’iniziativa, condivisa da tutti gli eredi anche se formalmente condotta da Pierre, risalgono almeno al 1974. Ciò significa che può essere considerata come l’ultima espressione dell’interesse verso l’arte di un intero pontificato».
L’allestimento si è rivelato una vera e propria sfida: «I formati monumentali necessitavano spazi adatti, rari per noi, stretti tra l’appartamento Borgia e la Sistina. Un’altra difficoltà era data dalla conservazione di queste opere, realizzate su carta. La progettazione è partita cinque anni fa, ma la sola operazione di allestimento è durata più di due anni. Particolare cura abbiamo dedicato all’illuminazione. Lo stesso Matisse aveva riflettuto a lungo sulla diversa reazione di carta e vetro alla luce. Siamo arrivati a un risultato inverso rispetto alla Cappella: se quella è immersa nella luce mediterranea, la nostra sala è in penombra e solo le opere sono illuminate».
«Tra le testimonianze di arte religiosa moderna conservate nei Vaticani questa è in assoluto la più importante – commenta il direttore dei Musei Antonio Paolucci – Sono certo che la sala contribuirà a dare la giusta luce a una collezione straordinaria in ogni sua parte». Già, perché nei Vaticani sembra di assistere a una maratona: «Il visitatore medio percorre i Musei in un tempo medio di un’ora e un quarto – continua Paolucci – una corsa forsennata verso la Sistina. Senza degnare di uno sguardo Raffaello e il Laoconte. Figuriamoci i musei minori. Sono i tempi feroci dell’industria turistica. Il mio sforzo è far capire in questo vortice il carattere distintivo dei Musei, una rete che dimostra l’attenzione da sempre dedicata dalla Chiesa alle arti e alle culture». Ma la collezione Matisse comprende anche un importante nucleo di documenti: «Nel 1979 – spiega Micol Forti – i Musei ricevettero in dono anche le lettere che Matisse spedì a Agnès De Jésus, madre priora della congregazione domenicana, tutte decorate con progetti e disegni floreali».
L’intero rapporto epistolare sarà pubblicato in Comme un fleur. Matisse e la cappella di Vence, volume firmato dalla Forti in uscita in autunno. «Lo studio dei documenti ha consentito di approfondire le stratificazioni di una storia nota. Interessanti novità sono emerse soprattutto sul contesto: dalla committenza delle stesse religiose, donne raffinate e colte che non subiscono ma vivono l’evento in modo partecipe e cosciente, sino alla fase storica vissuta dall’arte in Francia tra il ’45 al ’55 in cui la riflessione sul sacro tra gli artisti come Chagall, Leger, Le Corbusier, è molto intensa. Matisse si ritrova a discutere con referenti intellettuali ed ecclesiali di grande apertura. La Cappella di Vence non è, come spesso si è affermato, una fioritura isolata ma il caso più eclatante di un fenomeno che si pone al centro non solo del rinnovamento dell’arte sacra ma dell’arte tout court ».
(c) Alessandro Beltrami – Avvenire 17 giugno 2011 – all rights reserved
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Nel rosario il segreto della sua santità
La notizia della sua morte destò una grande commozione in tutto il mondo. Quel giorno, il 3 giugno del 1963, c’era già il profumo dell’estate nell’aria, ma il momento era triste perché una luce si spegneva per tutti: il “Papa buono” era morto. Nel suo breve ma intenso pontificato, durato poco meno di cinque anni, Giovanni XXIII era riuscito a farsi amare dal mondo intero, che adesso ne piangeva sconsolatamente la perdita. Da allora sono trascorsi quarant’anni. Lo si era immaginato come un papa di transizione, che sarebbe passato in fretta, presto dimenticato; ma non è stato così. “Questo vecchio uomo venuto dall’avvenire”, come in un’occasione lo ha definito il Card. Roger Etchegaray, è stato veramente un grande dono per la Chiesa e la cristianità. Un dono inatteso, piovuto dal Cielo. [continua]
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Le lacrime dei poveri
O Maria vita, dolcezza, speranza nostra:
raccogli nelle tue mani le lacrime dei poveri, dei disperati
e guidaci tutti a contemplare la Croce di Gesù,
unica speranza dell’uomo e del creato.
Anna Maria Canopi
Pubblicato in preghiere a Maria | Etichette: Anna Maria Canopi
Venti voci per un Magnificat
L’imitazione di Maria ha prodotto nel corso dei secoli sempre nuovi orizzonti dentro cui vivere la propria fedeltà al Vangelo, e nella filigrana spirituale della bimillenaria storia del cristianesimo innumerevoli sono i percorsi di vita e di fede ispirati alla sua sequela. Tutti originali, tutti diversi l’uno dall’altro, ma straordinariamente vivi e veri nella loro adesione a Cristo, perfettamente realizzata per mezzo di Maria. Venti sono gli itinerari spirituali scelti per questo libro. Dal medico missionario Lido Rossi alla “amica degli straccivendoli” Suor Emmanuelle del Cairo, dal grande apostolo di Maria Padre Luigi Faccenda al cuore sacerdotale di Padre Marcel Roussel, dalla straordinaria vita di fede della mistica romana Giuseppina Berettoni a quella operosa di un “imprenditore della carità” come l’ingegnere Uberto Mori, passando per i coniugi Luigi e Zelia Martin, genitori di Teresa di Lisieux, e per molti altri, quelli presentati sono testimoni di ogni tempo che nella diversità delle proprie esperienze e scelte di vita, anche molto distanti, e tutte personalissime, tracciano insieme una singolare tramatura di voci tesa a realizzare una segreta polifonia per celebrare un unico, straordinario Magnificat a “Colei che, generando la Verità e conservandola nel proprio cuore, l’ha partecipata all’umanità intera per sempre” (Giovanni Paolo II, Fides et Ratio, n. 108). [continua]
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La mariologia di Ratzinger
Dopo la gigantesca figura di Giovanni Paolo II, che ha percorso 29 volte il giro del mondo unendo all’annuncio di Cristo l’espressione di un profondo rapporto spirituale con la Madre di Cristo (Totus tuus), si guardò con una certa apprensione e curiosità alla figura del nuovo Papa per appurare quale fosse la sua testimonianza vitale e teologica circa Maria… ogni perplessità retrocede fin dal primo apparire di papa Benedetto XVI alla loggia centrale della Basilica di san Pietro il 19 aprile 2005, quando nel suo breve discorso fa un preciso accenno alla Madre del Signore: «Il Signore ci aiuterà e Maria, la sua santissima madre, sta dalla nostra parte». [continua]
Pubblicato in mariologia | Etichette: mariologi, Ratzinger
Una grazia di Dio
Fratelli scalzi dell’Ordine della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo”: in questo nome identitario brilla l’ispirazione mariana propria. Il riferimento addita il biblico Monte Carmelo, luogo dello zelo in difesa del Dio d’Israele da parte del focoso profeta Elia (1Re 18,20-40), l’eremo abitato da alcuni crociati riuniti attorno alla chiesa dedicata a santa Maria (fine secolo XII).
Su tale radice, nel contesto delle “Osservanze” o riforme cinquecentesche, matura l’Ordine dei Carmelitani scalzi, avviato da santa Teresa d’Avila (1515-1582), coadiuvata da san Giovanni della Croce (1542-1591). L’ispirazione mariana attinge anche alla fondatrice, che «diede nuovo afflato al culto filiale verso la Beata Vergine Maria del Monte Carmelo».
[continua]
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“O Regina di ogni promessa…”
“Ascolta, bimba mia, ora ti spiegherò, ascoltami bene, / ora ti spiegherò perché, /come, in che / la Santa Vergine è una creatura unica, rara. / Di una rarità infinita, fra tutte precellente, / unica fra tutte le creature. / Seguimi bene…”.
Lo scrive Charles Péguy all’inizio di quell’opera che è un autentico inno a Maria, Il portico del mistero della seconda virtù. Un canto che comincia quasi in sordina per poi avvitarsi, con accenti sempre più appassionati, in uno splendido canto d’amore alla Vergine.
Un canto affascinante, il suo, che parla della grandezza e del mistero di Maria e che ha l’andamento e il sapore di certe antiche litanie… [continua]
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Ianua Coeli
Proprio perché è tutta di Dio.
E Dio è verità.
Per questo Maria è via alla verità divina.
Ed è via obbligata. «Ianua Coeli».
(Giovanni Paolo II)
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Karol il Grande
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Suor Emmanuelle del Cairo, l’amica degli straccivendoli
Stava per compiere cent’anni ed era consapevole di essere vicina a un’altra ‘soglia’, sconosciuta, eppure non del tutto misteriosa per lei che al mistero, quello con la maiuscola, aveva affidato tutta la sua vita, spendendosi senza misura, oltre ogni limite, umano e spirituale. La religiosa di origine belga moriva il 20 ottobre 2008, dopo aver dedicato ben settant’anni della sua lunga e laboriosissima vita ai più poveri dei poveri nelle bidonville attorno al Cairo. Il suo segreto? Era la carità. E il segreto della sua carità era l’amore per Maria, lei che un giorno di tanti anni prima era entrata tra le figlie di Nostra Signora di Sion. Era un modello di servizio, di umiltà, di totale gratuità. Come nel quadro dell’Annunciazione del Beato Angelico che tanto amava e non cessava di avere davanti agli occhi del cuore prima di abbandonarsi a Dio a mani giunte. [leggi tutto]
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“Tu mi hai presa”
«Quando il cielo baciò la terra nacque Maria. / Che vuol dire la semplice, / la buona, la colma di grazia. /Maria è il respiro dell’anima, / è l’ultimo soffio dell’uomo. / Maria discende in noi, / è come l’acqua che si diffonde / in tutte le membra e le anima, / e da carne inerte che siamo noi / diventiamo viva potenza». Versi potenti, e al tempo stesso semplici, di una grande poetessa italiana, Alda Merini, che alla Madonna dedicò molte pagine della sua ricca produzione e, in particolare, uno splendido libro uscito nel 2002 per l’editore Frassinelli: Magnificat. Un incontro con Maria. «Sei la povertà e la ricchezza – scrive rivolgendosi alla Madre di Dio – il sogno e la contraddizione, / la volontà di Dio e la volontà dell’uomo, / che tu educhi alla contemplazione. / Il dolore è la tua casa, è la casa del mondo, / eppure tu sei la regina degli angeli, / la regina nostra, la regina di tutti i tempi». [continua]
Pubblicato in I poeti e Maria, letteratura mariana | Etichette: Alda Merini
Stabat Mater
di JACOPONE DA TODI
*
La Madre addolorata stava
in lacrime presso la Croce
su cui pendeva il Figlio.
*
E il suo animo gemente,
contristato e dolente
una spada trafiggeva.
*
Oh, quanto triste e afflitta
fu la benedetta
Madre dell’Unigenito!
*
Come si rattristava e si doleva
la pia Madre
vedendo le pene dell’inclito Figlio!
*
Chi non piangerebbe
al vedere la Madre di Cristo
in tanto supplizio?
*
Chi non si rattristerebbe
al contemplare la pia Madre
dolente accanto al Figlio?
*
A causa dei peccati del suo popolo
Ella vide Gesù nei tormenti,
sottoposto ai flagelli.
*
Vide il suo dolce Figlio
che moriva, abbandonato da tutti,
mentre esalava lo spirito.
*
Oh, Madre, fonte d’amore,
fammi provare lo stesso dolore
perchè possa piangere con te.
*
Fa’ che il mio cuore arda
nell’amare Cristo Dio
per fare cosa a lui gradita.
*
Santa Madre, fai questo:
imprimi le piaghe del tuo Figlio crocifisso
fortemente nel mio cuore.
*
Del tuo figlio ferito
che si è degnato di patire per me,
dividi con me le pene.
*
Fammi piangere intensamente con te,
condividendo il dolore del Crocifisso,
finchè io vivrò.
*
Accanto alla Croce desidero stare con te,
in tua compagnia,
nel compianto.
*
O Vergine gloriosa fra le vergini
non essere aspra con me,
fammi piangere con te.
*
Fa’ che io porti la morte di Cristo,
avere parte alla sua passione
e ricordarmi delle sue piaghe.
*
Fa’ che sia ferito delle sue ferite,
che mi inebri con la Croce
e del sangue del tuo Figlio.
*
Che io non sia bruciato dalle fiamme,
che io sia, o Vergine, da te difeso
nel giorno del giudizio.
*
Fa’ che io sia protetto dalla Croce,
che io sia fortificato dalla morte di Cristo,
consolato dalla grazia.
*
E quando il mio corpo morirà
fa’ che all’anima sia data
la gloria del Paradiso. Amen.
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Maria è la prova
la garanzia della divina fedeltà.
E’ lei, infatti, il primo capolavoro di santità
uscito dalle mani di Dio.
(Anna Maria Canopi)
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Il voto dell’ebreo Werfel alla grotta di Lourdes
Ripubblicato il romanzo su Bernadette che rese famoso lo scrittore dopo la guerra
DI FULVIO PANZERI
Spesso c’è una sorta di pregiudizio sui libri che indagano il sacro, al punto che la loro forza e la loro novità viene schiacciata da un riconoscimento legato solo all’ambito devozionale e agiografico. È quello che è accaduto a uno dei libri che hanno fatto il giro del mondo, una biografia che è soprattutto un grande romanzo, che svela, in modo ancora oggi unico, il senso del sacro in un luogo come Lourdes, ma anche un atteggiamento di profondo rispetto tra le religioni. Così va ridato un nuovo spazio e una nuova dimensione di lettura al Canto di Bernadette dello scrittore e drammaturgo austriaco, di origine ebrea, Franz Werfel, che ora viene ripubblicato dalla casa editrice Gallucci di Roma (pagine 728, euro 19.00), specializzata in riscoperte di grandi testi da valorizzare. Il libro, pubblicato in edizione originale nel 1942, arriva in Italia subito dopo la guerra, in una delle collane più prestigiose, la ‘Medusa’ di Mondadori, nella traduzione ‘classica’ di Remo Costanzi, che viene presentata anche per questa edizione di Gallucci.
In fuga dalla persecuzione nazista, quando la Francia viene invasa dalle truppe tedesche nel 1940, Franz Werfel, non potendo raggiungere il confine spagnolo, rimane nascosto per alcune settimane a Lourdes. Fu allora che fece voto che se fosse riuscito a mettersi in salvo in America, avrebbe cantato il poema di Bernadette. Werfel stesso, nella prefazione al libro, scritta a Los Angeles, nel 1941, raccontandone la nascita, scrive: «La Provvidenza mi condusse a Lourdes, della cui storia prodigiosa non avevo fino allora la più superficiale nozione. Rimanemmo nascosti parecchie settimane nella città dei Pirenei. Fu un periodo di angosce, ma fu anche un periodo altamente significativo per me, poiché mi fu dato conoscere la meravigliosa storia della giovinetta Bernardette Soubirous e i fatti meravigliosi delle guarigioni di Lourdes».
Il prodigio che si compie a Lourdes è duplice, in quanto lo scrittore è ebreo, ma si accosta con grande rispetto alla storia di Bernadette. «Un giorno – annota – tribolato com’ero, feci un voto. Se fossi uscito da quella situazione disperata e avessi raggiunto la costa americana avrei prima di ogni altro lavoro cantato la canzone di Bernardette come meglio avessi potuto. Questo libro è l’adempimento di un voto. Un canto epico nel tempo nostro, non può che prendere la forma di un romanzo». Così il «poema di Bernadette », come lo chiama Werfel è anche una grande lezione sul dialogo interreligioso, perché mette a fuoco il senso del rispetto, per qualsiasi forma del sacro. Lo stesso Werfel sa di non aver formulato a caso quella ‘promessa’ davanti alla grotta di Lourdes. Si tratta di un sentire che lo ha sempre accompagnato: «Ho osato cantare la canzone di Bernardette, io che sono ebreo. Il coraggio per questa impresa mi è venuto da un voto molto più antico e inconscio. Sin dal giorno nel quale scrissi i miei primi versi, giurai a me stesso che avrei reso onore sempre e dovunque, attraverso i miei scritti, al segreto divino e alla santità umana: nonostante che l’epoca nostra, con scherno, ferocia e indifferenza, rinneghi questi valori supremi della nostra vita».
(c) Avvenire 23 febbraio 2011 – all rights reserved
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“I due rosari” di Ada Negri
Avevo due rosari
d’argento, con la piccola medaglia
della Beata Vergine di Lourdes.
Uno a te lo donai perchè ti fosse
compagno nelle notti in cui più il male
t’era martirio, e con lo scorrer dolce
dei cicchi fra le dita, nel pensiero
di Dio placasse in te spirito e carne,
fratello.
All’un de’ polsi tu volesti
quel rosario scendendo al tuo riposo
primo ed estremo:ché altra sosta al mondo,
fuor della tomba, aver non ti concesse.
Ed io sull’altro a me rimasto senza sgrano
a sera le solinghe Avemarie
te ripensando e le procelle e il santo
vero amor di tua vita, amor di patria
scritto col sangue; e il tuo lungo patire
e il tuo morir, su di te chiamando
la luce eterna.
Quando anch’io sarò
dentro la terra con le mani giunte
sul petto, all’un de’ polsi avrò un rosario:
questo. E gran pace, finalmente, in cuore,
fratello.
(c) ADA NEGRI
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“Se la Madonna mi chiama…”
A diciassette anni indossa l’abito dei religiosi di san Camillo, cominciando l’anno di noviziato. Al termine di quegli Esercizi spirituali, scrive:
«Gesù, se un giorno dovrò buttare come tanti l’Abito santo, fa che io muoia prima di riceverlo per la prima volta; non ho paura di morire ora, sono in Grazia tua.
Che soave cosa poterti venire a vedere insieme alla tua e mia mamma: Maria!».
Il maestro dei novizi allora esigeva la stesura di un quaderno di appunti che doveva costituire una sorta di diario spirituale. Anche Nicola D’Onofrio dovette scrivere il suo… [continua]
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Stella della mia vita
Maria, vergine immacolata, prendimi sotto
la tua specialissima protezione e custodisci
la purezza della mia anima, del mio cuore e del mio corpo.
Tu sei il modello e la stella della mia vita.
Santa Faustina Kowalska
Q 11, 874
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“Io sono la Vergine dei Poveri”
Tutte le Nazioni sono convocate a Banneux, nel cuore dell’Europa, perché riconoscano che solo Dio può donare “la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1, 9). In modo speciale agli ammalati nel corpo o nello spirito è offerta la sorgente perché trovino sollievo nelle loro sofferenze e possano viverle con Gesù, avendo accanto la Madre. A Banneux la Madonna addolcisce la sofferenza guarendo i corpi e soprattutto le anime dei pellegrini.
Nel corso delle otto apparizioni alla piccola Mariette Beco avvenute in questo sperduto villaggio delle Ardenne, la Madre di Dio ha voluto ricordare a tutti gli uomini il suo compito nel mistero della salvezza: essere la serva del Signore per poter condurre tutti i popoli a Gesù, unica sorgente di acqua viva. [continua]
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Il proposito di Lucia
Lucia stava immobile in quel cantuccio, tutta in un gomitolo, con le ginocchia alzate, con le mani appoggiate sulle ginocchia, e col viso nascosto nelle mani. Non era il suo né sonno né veglia, ma una rapida successione, una torbida vicenda di pensieri, d’immaginazioni, di spaventi. Ora, più presente a se stessa, e rammentandosi più distintamente gli orrori veduti e sofferti in quella giornata, s’applicava dolorosamente alle circostanze dell’oscura e formidabile realtà in cui si trovava avviluppata; ora la mente, trasportata in una regione ancor più oscura, si dibatteva contro i fantasmi nati dall’incertezza e dal terrore. Stette un pezzo in quest’angoscia; alfine, più che mai stanca e abbattuta, stese le membra intormentite, si sdraiò, o cadde sdraiata, e rimase alquanto in uno stato più somigliante a un sonno vero. Ma tutt’a un tratto si risentì, come a una chiamata interna, e provò il bisogno di risentirsi interamente, di riaver tutto il suo pensiero, di conoscere dove fosse, come, perché.
Tese l’orecchio a un suono: era il russare lento, arrantolato della vecchia; spalancò gli occhi, e vide un chiarore fioco apparire e sparire a vicenda: era il lucignolo della lucerna, che, vicino a spegnersi, scoccava una luce tremola, e subito la ritirava, per dir così, indietro, come è il venire e l’andare dell’onda sulla riva: e quella luce, fuggendo dagli oggetti, prima che prendessero da essa rilievo e colore distinto, non rappresentava allo sguardo che una successione di guazzabugli. Ma ben presto le recenti impressioni, ricomparendo nella mente, l’aiutarono a distinguere ciò che appariva confuso al senso. L’infelice risvegliata riconobbe la sua prigione: tutte le memorie dell’orribil giornata trascorsa, tutti i terrori dell’avvenire, l’assalirono in una volta: quella nuova quiete stessa dopo tante agitazioni, quella specie di riposo, quell’abbandono in cui era lasciata, le facevano un nuovo spavento: e fu vinta da un tale affanno, che desiderò di morire. Ma in quel momento, si rammentò che poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in cuore come un’improvvisa speranza. Prese di nuovo la sua corona, e ricominciò a dire il rosario; e, di mano in mano che la preghiera usciva dal suo labbro tremante, il cuore sentiva crescere una fiducia indeterminata.
Tutt’a un tratto, le passò per la mente un altro pensiero; che la sua orazione sarebbe stata più accetta e più certamente esaudita, quando, nella sua desolazione, facesse anche qualche offerta. Si ricordò di quello che aveva di più caro, o che di più caro aveva avuto; giacché, in quel momento, l’animo suo non poteva sentire altra affezione che di spavento, né concepire altro desiderio che della liberazione; se ne ricordò, e risolvette subito di farne un sacrifizio. S’alzò, e si mise in ginocchio, e tenendo giunte al petto le mani, dalle quali pendeva la corona, alzò il viso e le pupille al cielo, e disse: – o Vergine santissima! Voi, a cui mi sono raccomandata tante volte, e che tante volte m’avete consolata! Voi che avete patito tanti dolori, e siete ora tanto gloriosa, e avete fatti tanti miracoli per i poveri tribolati; aiutatemi! fatemi uscire da questo pericolo, fatemi tornar salva con mia madre, Madre del Signore; e fo voto a voi di rimaner vergine; rinunzio per sempre a quel mio poveretto, per non esser mai d’altri che vostra.
Proferite queste parole, abbassò la testa, e si mise la corona intorno al collo, quasi come un segno di consacrazione, e una salvaguardia a un tempo, come un’armatura della nuova milizia a cui s’era ascritta. Rimessasi a sedere in terra, sentì entrar nell’animo una certa tranquillità, una più larga fiducia. Le venne in mente quel domattina ripetuto dallo sconosciuto potente, e le parve di sentire in quella parola una promessa di salvazione. I sensi affaticati da tanta guerra s’assopirono a poco a poco in quell’acquietamento di pensieri: e finalmente, già vicino a giorno, col nome della sua protettrice tronco tra le labbra, Lucia s’addormentò d’un sonno perfetto e continuo.
(c) Alessandro Manzoni, Promessi Sposi, cap XXI
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La Vergine a Guadalupe
Con gli oltre venti milioni di pellegrini che lo visitano ogni anno, il Santuario di Nostra Signora di Guadalupe, in Messico, è il più frequentato e amato di tutto il Centro e Sud America. L’apparizione, nel XVI secolo, della “Virgen Morena” all’indio Juan Diego è infatti un evento che ha lasciato un solco molto profondo nella religiosità e nella cultura messicana. Ogni giorno giungono a Guadalupe migliaia di pellegrini, di ogni razza e ceto sociale – uomini, donne, bambini, giovani e anziani – che arrivano anche dai centri più lontani, a piedi o in bicicletta, dopo ore o, più spesso, giorni di cammino e di preghiera. [continua]
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La Vergine nel mistero della santa Natività
Chi scopre il Figlio di Dio incarnato, incontra la Madre. E la Madre manifesta il Figlio. Nell’illustrare «la mariologia, luogo ermeneutico per la conoscenza del mistero cristiano», R. Guardini nel 1949 scriveva: «Vogliamo conoscere un albero nella sua natura? Guardiamo in terra, dove giacciono le sue radici. Dalla terra sale a lui la linfa: al tronco, ai rami, ai fiori, ai frutti. Così è ben giusto spingere lo sguardo nel terreno e nel fondo, onde si eleva la figura del Signore: Maria sua madre». [continua]
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Il Magnificat di Luigi e Maria
Beatificati il 21 ottobre 2001. È la prima coppia di sposi elevata alla gloria degli altari non malgrado il matrimonio, ma in virtù di esso. Non è possibile riassumere in poche righe la straordinaria vicenda umana e spirituale dei coniugi Beltrame Quattrocchi. La loro esistenza di sposi fu un cammino di santità, un andare verso Dio attraverso l’amore del coniuge. Mezzo secolo di vita insieme, senza mai un attimo di noia, di stanchezza, ma conservando sempre il sapore continuo della novità. Il loro segreto? La preghiera.[continua]
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Nell’ultima battaglia
Sii la guardiana della mia vita
e soprattutto nell’ora della morte,
nell’ultima battaglia.
S. Faustina Kowalska
Q I, 161
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Maria per Alda Merini
Maria,
ci sono dei venti
che ardono e gemono in noi,
e dividono
le nostre intime parti
in tanti flagelli
e ci rompono le ossa
e sono le tentazioni,
i progetti sbagliati,
le orme indisciplinate,
i feretri dei morti
che secondo noi
non hanno resurrezione.
Quanto è immodesto l’uomo
che pensa che l’inverno congeli tutto
e non spera nella primavera.
L’uomo beve il proprio odio
come un buon vino,
e più odia e più si sente ebbro,
e più si sente ebbro
più abbandona
le rive della tua giovinezza
ALDA MERINI
(c) Magnificat. Un incontro con Maria, Frassinelli, 2002
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Soffrire e amare nella sofferenza
“O Madre di Dio, la tua anima è stata immersa
in un mare di amarezze: guarda alla tua bambina
ed insegnale a soffrire e ad amare nella sofferenza…”
S. Faustina Kowalska
(Q I, 315)
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Il pellegrino dell’Immacolata
Imitare la Vergine per portare gli uomini a Dio: il programma di vita del conventuale padre Luigi M. Faccenda. È stato fondatore di una famiglia religiosa mariano-kolbiana.

«Ricordo con trepidazione la prima santa Messa, celebrata nella cappella dell’Immacolata, nella chiesa di san Francesco a Faenza: ero solo con i miei compagni di ordinazione, mentre i bombardamenti accompagnavano la celebrazione con la loro tragica musica». A distanza di anni, il padre conventuale Luigi M. Faccenda ricordava perfettamente l’inizio della sua grande avventura mariana e missionaria, sulle orme di padre Massimiliano Kolbe e sotto il manto dell’Immacolata. [continua]
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“La mia Maria” di Angelo Lacchini
di CLAUDIO TOSCANI
Giunge a questo suo più recente libro, Angelo Lacchini, emerito docente liceale, classicista e latinista e poeta, sia da precedenti monografie di critica letteraria, sia da specifici titoli di attenzione e devozione mariana: da ‘Figlia del Tuo Figlio’ (2000), a ‘Regina poetarum’ (2004), a ‘La Madonna nella poesia dell’Ottocento’ (2009). E mentre sta approntando un saggio sulla presenza della Vergine nella creazione lirica dalle origini al Settecento, ecco irrompere nel panorama editoriale corrente, questa sua ineffabile raccolta che, definire senza precedenti, può apparire al momento un retorico artificio recensivo, mentre è in realtà l’esatta definizione del frutto di un lavoro finora impensato o, se pensato, mai praticato da alcuno. Si tratta, infatti, di un florilegio poetico costituito dalla realizzazione di un componimento in versi per ognuna delle litanie in onore della Madonna. Da Sancta Maria, dunque, a Regina pacis, per tutte, per tutte e cinquantuno le invocazioni alla Madre di Dio, Angelo Lacchini ha composto una sua ‘preghiera’, tra complice e supplice, alla ‘benedetta tra tutte le donne’, celebrata in secoli di adorazioni, di venerazioni, di invocazioni.
Per quanto impari alla presentazione di un libro di questo tipo, se mi corre l’obbligo di scansarmi dalla scena e dalla sostanza dei testi, un po’ per indegnità e molto per inadeguatezza morale, intellettuale e conoscitiva, o per tutte queste ragioni assieme, mi sento comunque in dovere di precisare almeno due cose: primo, che non si tratta di un libro dal tono confessionale o di puro e semplice o infondato attaccamento al dogma (l’enfasi devozionale non è nello stile dell’autore); secondo, che la poesia di Lacchini riesce a vivere oltre lo squassante mistero del dogma e il paralizzante cerchio della sacrale gravitazione del tema e dei problemi da esso suscitati. Fortunatamente un altro illustre umanista, Marco Beck, ex funzionario Mondadori e oggi direttore della casa editrice che pubblica questo testo, intellettuale dall’invidiabile bibliografia e di pari fede mariana, mette la sua firma a scolta e scorta dell’odierna poesia di Lacchini, vedetta e guardia dei suoi versi d’amore e di abbandono alla ‘piena di Grazia’.
‘La tranquillità, la serenità diffuse in questo ‘canzoniere’ –scrive Beck dandoci la chiave d’accesso alla raccolta – non ignaro ovviamente del male, del peccato, del dolore inestirpabile dalla natura umana, cosciente del fiume di sangue, lacrime e morte che scorre ai piedi della Virgo praedicanda, ma proteso a oltrepassarli in un processo di ‘transumanazione’ sconfinante nell’eternità di Dio, promanano dalla certezza di vivere, istante per istante, ‘in braccio alla Madre’. Alla di per sé rupestre dichiarazione di fede del titolo ben conviene quel possessivo (‘mia’), dalla molteplice valenza. Lungi dall’essere spia di una indebita appropriazione del Santo Nome, con quel ‘mia’ Lacchini attesta, sia il sicuro possesso, dentro la propria, della celeste presenza, sia il dono di sé come uomo e come poeta all’impareggiabile modello e alla divina ispiratrice, sia il dono che Lei ha fatto a sua volta al poeta e all’uomo della sua suscitante grazia creativa e del suo determinante consiglio.
Così l’autore, oltre a creare una gamma poetica dall’inedita modalità contenutistica, offre ai suoi lettori l’occasione di unire al suo lavoro quello di quanti in questo anno mariano, il cinquecentesimo anniversario delle apparizioni nel luogo in cui a Castelleone la Vergine si rivelò a una povera donna implorante, si adopereranno per ricordarsi a Lei e ricordarsene. ‘Questo libro di litanie in poesia – dichiara infatti Lacchini – è stato ideato e realizzato per celebrare il Cinquecentenario (1511-2011) dell’apparizione di Maria a Castelleone qui venerata nel santuario della Misericordia.’
Ed è giusto precisare che si deve a ‘Spazio Maltempi’ la generosa iniziativa della pubblicazione, elegante e rara nell’assetto tipografico e nell’elegante iconografia. Ricche di agganci, parallelismi, citazioni e relazioni con le Sacre Scritture, ma anche con testi della classicità da greco-latina a italica (da Catullo a Quintiliano, da Tacito a Dante), per cui non mancano affondi teologici, filosofici, liturgici e letterari di alto rilievo, le poesie di questo libro sono sì un vibrante altare di cultura umanistica, ma sono anche un domestico focolare di affetti, di quotidiane congiunture esistenziali, di familiari coinvolgimenti parentali (Angelo ha una mano alla penna, per così dire, ma l’altra nella mano dell’adorata moglie Angela non meno di lui compresa di fervore mariano): di filiali abbandoni e di materni abbracci dove l’autore e la ‘sua’ Maria si incontrano, si confrontano (nei limiti del possibile e del rispettoso, del postulante e del miracolato) e persino si scambiano le autoriali postazioni di prime, seconde e terze persone poetanti.
La ragazza di Nazareth, passa alta sopra la storia dell’umanità in quanto regina della storia stessa e dell’eterno infinito che ne seguirà alla fine di ogni cosa. Ha tutti i nomi concepibili da labbro umano, ma Lacchini ne crea per Lei altri di fulgida pronuncia. ‘Né metafora né parabola’, dice, ma poi gli escono inediti poetici appellativi, come ‘alito terso del Verbo’, ‘seme nel palmo della Sua mano’, ‘àncora dell’arca’, ‘ulivo nel becco della colomba’. E ancora: ‘Mosè nel Nuovo Testamento’, ‘fonte che inonda subito feconda’, ‘prima martire’, ‘sublimazione d’umana incarnazione’. Ma anche: ‘balconata spalancata/ sull’alfabeto dell’amore’, ‘faro per errabondi della fede’, ‘polla d’acqua cui Dio stesso si disseta’.
E quando Lacchini si convoca in contesto, figura tra le figure, persona tra le persone, ‘pastore’ tra i ‘pastori’, in ginocchio e a capo chino alla folgorante visione della Vergine, veglia o sonno o sogno che sia, ‘..Alla chiamata a te verrò’ – esclama, figurandosi con in mano questo libro . ‘di litanie tradotte in salmodiante poesia’. O, in un passo ulteriore, verso la fine, pagina non tanto ultima ma ultimativa, si figura in sequela con grandi poeti, ma tiene a ribadire di essere in coda, ‘..l’altro, l’ultimo e un poco titubante,/per non turbare dei grandi la macerazione,/ è Angelo, Angelo Lacchini’.
LA MIA MARIA
Angelo Lacchini
Opera Graphiaria Electa 2010
(c) Articolo pubblicato da ‘La Cronaca’ il 16 settembre 2010
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Nessuno eccetto Iddio
ha trafitto la tua santa anima.
Nessuno eccetto Iddio
ha conosciuto la tua sofferenza…”
Santa Faustina Kowalska
(Q II, 915)
Pubblicato in I Santi e Maria | Etichette: Faustina Kowalska
De Carli e l’ultimo segreto di Fatima
Nel trigesimo della scomparsa del grande vaticanista e scrittore Giuseppe De Carli, certi di far cosa gradita ai nostri amici e lettori, pubblichiamo l’introduzione da lui scritta al volume L’ultimo segreto di Fatima (Rizzoli, Milano, 2010). Anni fa, su richiesta di Giovanni Paolo II, il cardinal Bertone raccolse nel corso di lunghe conversazioni la testimonianza definitiva di suor Lucia dos Santos. In questo libro, versione aggiornata e ampliata di “L’ultima veggente di Fatima” (2007), Bertone rievoca i suoi incontri con la pastorella di Fatima e ripercorre la vicenda delle apparizioni miracolose, dai primi racconti dei tre bambini all’atteggiamento inizialmente cauto della Chiesa fino alla svolta arrivata con Giovanni Paolo II. Oltre ai documenti autografi di suor Lucia e all’interpretazione teologica dell’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, cardinale Joseph Ratzinger, il libro offre le profonde riflessioni di Bertone sul ruolo della devozione mariana e sul rapporto che due papi tanto diversi come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno con la figura della Vergine.
Invitiamo tutti caldamente alla lettura di questo brano scelto, così come vi invitiamo ad aderire alla pagina facebook creata per ricordare De Carli e a visitare il sito Comunicatore della Verità, a lui dedicato, a cui si puo’ collaborare liberamente con ricordi, impressioni, testimonianze. Ringraziamo vivamente la scrittrice e giornalista Maria Di Lorenzo, sua amica e collega, che ci ha segnalato tale bella iniziativa nata per ricordare un grande professionista dell’informazione religiosa ed un grande uomo profondamente devoto della Madonna.
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di GIUSEPPE DE CARLI
Il “corpus ratzingeriano” ha ormai preso forma in libri, saggi, encicliche, fascicoli, omelie, catechesi del mercoledì, esortazioni, appelli, dai quali emerge che la vera sapienza è l’intelligenza aperta alla fede. Già. Il problema non è la macchina ecclesiale, ma è il carburante; non è il “palazzo”, ma sono le fondamenta. La crisi più che delle istituzioni è della verità del Vangelo.
La seduzione di Benedetto XVI è quella di recuperare alla fede la sua natura di “controcultura”. Da qui la crescente attenzione della pubblica opinione, della “facebook generation”, verso un Papa la cui curvatura intellettuale è quella tipica di un pastore che sa insegnare. In più, il Papa-teologo, smentendo ogni previsione, viaggia. In cinque anni, trenta fra visite pastorali e viaggi apostolici all’estero. Pur essendo a un terzo del pontificato montiniano, Joseph Ratzinger ha già superato il numero di viaggi compiuti da Paolo VI.
Faticavamo a crederci all’inizio: Benedetto XVI è nel “raggio di Maria”. A Colonia, in Polonia, al santuario di Altötting, in Austria nel santuario mariano di Mariazell, ad Aparecida in Brasile, a Lourdes, a Valencia, a Betlemme e Nazareth, a Efeso in Turchia e poi negli Stati Uniti, in Angola e in Camerun, a Praga e a Brno, a Malta, a Fatima, e ancora a Cipro e in Gran Bretagna e Spagna. In Italia, nel suo itinerario ci sono Bari, Manoppello, Napoli, Brescia, Genova, Pavia, Brindisi, Cagliari, Pompei, Loreto, Torino, Palermo.
Benedetto XVI arriva fin sulla collina di San Giovanni Rotondo a venerare le spoglie mortali di San Pio da Pietrelcina. Va alla mensa dei poveri della Comunità di Sant’Egidio o alla sede della Caritas della stazione Termini, e lo vediamo anche nella Sinagoga di Roma. “Fa venire un certo Simone detto Pietro” raccontano gli Atti degli Apostoli. E Pietro arriva.
Così Benedetto XVI, arriva là dove è chiamato, magari fra le polemiche, in contesti socio-politici radicalizzati, ma arriva. Parla di vita alla morte, di identità in mezzo allo straniamento e all’alienazione, di speranza e di futuro al cupio dissolvi della modernità. Sono i pellegrinaggi – specie mariani – di “un intellettuale col cuore”…Un Papa che il mondo sta imparando ad amare.
(c) all rights reserved – tutti i diritti riservati
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Il francescano
di MARCO GUZZI
Nel bianco ruscello delle mie notti
Ridestato
Come se le cinque fossero un orto
In bilico sul mare
Il francescano conobbe la carne
Con la pupilla dell’occhio scorporato.
Era l’acqua più antica delle stelle,
La distillata, la sospirata
Venere, immacolata
Vergine Maria.
(c) Marco Guzzi – all rights reserved
Pubblicato in I poeti e Maria | Etichette: marco guzzi
Il pianista dissoluto che divenne padre Agostino Maria
Nel maggio del 1848, a Parigi nella chiesa di Santa Valeria, Hermann sostituì l’amico principe della Moskowa nella direzione del coro: “Quando giunse il momento della benedizione, per quanto non fossi per nulla disposto a inginocchiarmi come il resto dell’assemblea, sentii un turbamento indefinibile: la mia anima stordita e distratta dall’agitazione del mondo, si ritrovò, per così dire e fu come cosciente che in lei avveniva una cosa del tutto sconosciuta precedentemente. Fui, senza dubitare, o meglio senza la partecipazione della mia volontà, fui spinto a curvarmi. Ritornatovi il venerdì successivo, venni impressionato assolutamente nello stesso modo e fui colpito dall’idea repentina di farmi cattolico”. Egli ricorderà sempre questi momenti di grazia: “Mese di Maria, mese dei fiori… mese della mia conversione, io ti saluto! Sì, amo Maria!… Ho deciso di prenderla per compagna della mia vita, per “arca della mia alleanza“, per porta del mio cielo, per consolatrice delle mie afflizioni” [continua]
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Dirigi la mia vita interiore
O Maria, madre mia amatissima,
dirigi la mia vita interiore,
in modo che sia gradito al Figlio tuo.
S. Faustina Kowalska
(Q I, 240)
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Amare e’ imitare Maria
Amare e’ imitare Maria
esaltando di Dio la grandezza,
come Lei quando rapita
levava il suo canto al Signore.
Il tuo centro, Vergine fedele,
era l’annientamento
perche’, Gesu’ splendore eterno,
si nasconde nel nostro nulla.
Nessuno come l’umile
magnifica il Signore.
Elisabetta della Trinita’
Pubblicato in I Santi e Maria | Etichette: Elisabetta della Trinità
Mistagoga dell’Alleanza
Secondo la Sacra Scrittura, Maria, accettando la sua missione di diventare la madre verginale del Messia, si situava nel centro di quel mistero sponsale del popolo di Dio che era l’Alleanza. Nella tradizione teologica e spirituale della Chiesa, è vero, i nomi più usati per parlare di Maria sono quelli di Vergine, Madre, Regina, non tanto quello di Sposa, ancorché questo titolo sia stato particolarmente caro alla celebre “Scuola francese”.Ma è importante ridargli il suo valore oggi. E il rinnovamento della mariologia con la Lumen gentium (col cap. VIII, sulla Vergine Maria), è per noi un invito ad attualizzarlo. L’idea essenziale è stata formulata molto bene da una donna ebrea del nostro tempo, quando cercava di compendiare – senza condividerla – la posizione cristiana su Maria: «La sua verginità consiste nel dono totale della sua persona che la introduce in una relazione sponsale con Dio» [continua]
Pubblicato in Pensieri su Maria | Etichette: mistagoga
“Vergine Maria” di Margherita Faustini
di MARGHERITA FAUSTINI
Vergine Maria, madre nella virtù,
al figlio di Dio hai insegnato i primi passi,
il valore della parola.
Appena giovinetto,
ti lasciava nell’ansia dell’attesa
per restare coi saggi.
È nato da Te,
ma l’intero Suo essere
era proteso al Padre.
Tuo soltanto il travaglio del parto
lo strazio della Sua agonia.
Madre addolorata,
prendi tra le braccia
il bambino torturato e violentato,
il bambino mutilato
dall’odio dell’uomo contro l’uomo.
Battezza il mondo
col Tuo pianto misericordioso
nel segno della Croce e della speranza.
(c) all rights reserved
Pubblicato in I poeti e Maria | Etichette: Margherita Faustini, Vergine Maria
Cuore Immacolato di Maria
Sono tranquilla accanto al Cuore Immacolato di Maria,
poichè sono debole ed inesperta,
per questo mi stringo come una bimba al suo cuore.
S. Faustina Kowalska
(Q III, 1097)
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Caro Christi, caro Mariae
Solo la Madre di Dio può cogliere in profondità il mistero eucaristico e introdurvi – con il suo meditare – i discepoli nei secoli, come singoli e come comunità.
La moltiplicazione dei pani, come sottolinea Giovanni, evoca la molteplicità degli interventi di Dio nella storia d’Israele, specie il banchetto che Dio, la Sapienza, imbandisce per i suoi figli, quindi rimanda alla vicenda di Gesù che mangia e beve con i peccatori, al banchetto messianico, alla cena, al Risorto che si fa presente tra i suoi e prepara loro il cibo. In questi banchetti Maria è presente, anzi, per Giovanni, li anticipa: «Non hanno più vino», «Fate quello che vi dirà», che richiama «Fate questo in mia memoria» (Gv 2,3.5; Lc 22,19). Cana si rapporta al Calvario dove dal costato del Crocifisso sgorga sangue ed acqua (Gv 2,1; 19,25-27). Anche lì Maria è presente e dal Figlio viene introdotta nella maternità universale. Nella Chiesa primitiva partecipa all’Eucaristia (At 1,14; 2,32). Solo lei ne può cogliere in profondità il mistero e introdurvi, con il suo meditare, i discepoli nei secoli, come singoli e come comunità. [continua]
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La portinaia del cielo
«Non si entra in una casa senza prima parlare al portinaio: ebbene! La santa Vergine è la portinaia del cielo». Il Curato d’Ars aveva una fiducia incrollabile nella paterna provvidenza del “buon Dio” e una confidenza altrettanto illimitata nella materna intercessione di Maria, a cui ricorreva per ogni bisogno e difficoltà. Nel 1836 aveva consacrato la sua parrocchia a Maria concepita senza peccato, e con grande fede e immensa gioia accolse la definizione dogmatica del 1854 sull’Immacolata Concezione. La sua devozione alla Vergine lo faceva stare al sicuro anche nelle più grandi bufere – vessazioni, calunnie, intimidazioni – che si abbattevano sulla sua testa. [continua]
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Il primo tabernacolo
“O Maria, o Vergine, o Giglio più bello,
il tuo cuore è stato il primo tabernacolo
per Gesù sulla terra…”
S. Faustina Kowalska
(Q 1, 161)
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Annunziatine: un mistero d’amore
Dall’Annuncio dell’Angelo a Maria nasce l’Istituto Secolare “Maria Santissima Annunziata”, fondato da Don Giacomo Alberione nel 1958 ed oggi presente in 17 Paesi nel mondo – Una vita che si specchia nel sì di Maria.
Una volta si riteneva che vi fossero solo due vie da percorrere, affacciandosi alla maggiore età: o il convento o il matrimonio. Poi però è arrivata una terza via, approvata dal Papa Pio XII in conformità ai nuovi tempi e alle necessità della società moderna. Né convento, né abito religioso, ma un lavoro, una propria dimora, un apostolato fecondo ed il cuore indiviso, tutto e solo di Dio. Una vocazione nuova, piuttosto diffusa nella Chiesa, ma non ancora del tutto conosciuta dal popolo di Dio, sovente ignorata dai mass media… [continua]
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Essere la sua bambina
“La Madre di Dio mi disse molte cose…
Sentivo di essere la sua bambina e che lei era mia Madre.
Non mi rifiutò nulla di quello che le chiesi…”
S. Faustina Kowalska
(Q 1, 260)
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Essere mariani per essere cristiani
Ne fu oltremodo convinto Giovanni Paolo II: «Ci fu un momento – scrive in Dono e mistero (Lev 1996, pp. 120, € 7,00) – in cui misi in qualche modo in discussione il mio culto per Maria ritenendo che esso, dilatandosi eccessivamente, finisse di compromettere la supremazia del culto dovuto a Cristo. Mi venne in aiuto il libro di san Luigi Maria Grignion de Montfort che porta il titolo Trattato della vera devozione alla santa Vergine. In esso trovai la risposta alle mie perplessità. Sì, Maria ci avvicina a Cristo, ci conduce a lui, a condizione che si viva il suo mistero in Cristo». E nel libro del Montfort Giovanni Paolo II trovò le due parole che furono il motto vissuto di tutta la sua vita: Totus tuus… [continua]
Pubblicato in Pensieri su Maria | Etichette: Giovanni Paolo II, Trattato della vera devozione alla santa Vergine
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